martedì 7 luglio 2015

Loira, Bretagna e Normandia in 15 giorni


Questa parte d'Europa è un po' mistica, lontana dalle città affollate, conserva ancora quel qualcosa di retrò, di medioevale se vuoi che ti cattura!
In 15 giorni con partenza da Torino si è fatto un bel tour, ricco di tappe e di paesaggi indimenticabili.

GIORNO 1: Tappa di avvicinamento; Torino-Bourges 660Km.




GIORNO 2: Bourges-Chinon 200 Km. 

Prima di arrivare in Bretagna abbiamo fatto una tappa nella Loira di un paio di giorni e visitato un paio dei suoi bellissimi castelli. Abbiamo soggiornato a Chinon una bella cittadina centrale per fare un paio di tour, tutti tetti in pietra, tutti dello stesso colore e stile: bellissima! Arrivati a Chinon abbiamo visitato il suo castello, che domani la cittadina.


Chinon
GIORNO 3: abbiamo visitato due castelli:
inutile aggiungere che spostarsi in mezzo a queste vallate verdi, dove gli spazi tra un paese o villaggio ed un altro sono davvero ampi ed incontaminati, è speciale in moto. I castelli sono tenuti benissimo e consiglio la visita all'interno per apprezzare le sale, molto ben tenute, ed i decori restaurati.

Castello di Ussè 
Castello di Ussè
Castello di Azay-Le-Rideau

Castello di Azay-Le-Rideau


Lasciamo la Loira dopo due giorni e ci dirigiamo verso la Bretagna per il nostro tour estivo.






GIORNO 4: Chinon-Caudan 360 Km

Dopo una tappa un po' bagnata (pioggia) al paese medioevale di Josselin arriviamo a Caudan, nel Morbihan, cioè la provincia sud della Bretagna. Qui ci fermeremo due giorni e visiteremo alcuni siti nei dintorni.


Josselin

GIORNO 5: Andiamo a Carnac e nella penisola del Quiberon.

Qui troviamo gli allineamenti monolitici di Carnac, che sono tra i complessi megalitici più estesi e spettacolari al mondo. Comprendono circa 3.000 monoliti, eretti 6.000 anni or sono, disseminati nella campagna bretone...e la domanda "perchè allineavano pietre pesantissime a mano?" è lecita, e non ha risposta!


Carnac

Carnac

A Carnac piovigginava, che è il tempo normale per la Bretagna, ma siamo stati molto fortunati ed abbiamo incontrato più sole di quanto pensavamo nel viaggio. Dopo Carnac saliamo in moto e andiamo verso la Penisola del Quiberon, più turistica ma davvero molto bella. Dopo una mattinata piovosa spunta a che il sole.


Spiaggia di Quiberon


GIORNO 6: Caudan-Perros Guirec 330 Km.

Il giorno dopo iniziamo a guardare al Finistere dove arriveremo in serata dopo un paio di tappe...la prima è Pointe du Raz e sembra davvero di essere affacciati verso la fine del mondo: davanti a te oceano e mare spumeggiante.


Pointe du Raz



Ripartiamo da Pointe du Raz, ci fermiamo a mangiare a Douarnenez, dove c'è un po meno vento e poi si riparte alla volta di Perros Guirec.


Perros Guirec è una bella cittadina sulla costa di Granito Rosa ed è la più famosa località della Cotè d'Armor

GIORNO 7: Visitiamo la Costa di Granito Rosa passeggiando a piedi fino a Saint Guirec, il paese vicino. I colori del mare sono davvero molto suggestivi.

Costa di Granito Rosa

Costa di Granito Rosa

GIORNO 8: Sempre con base a Perros Guirec facciamo qualche giro nei dintorni e visitiamo le cittadine di Paimpol, Pointreux e Treguier con la sua splendida cattedrale conserva il fascino di capitale vescovile della zona ed è indicato nelle guide come un "village de carctere" da non perdersi.

Cattedrale Treguier

GIORNO 9: Lasciamo Perros Guirec con meta St Malo, 230 Km non senza un paio di soste...
La prima sosta e Cap Frehel la cui falesia domina il mare da 70 metri di altezza, alla base del promontorio ci sono spiagge profondissime e sulla strada del ritorno, allargando da Fort La Latte, la nebbiolina della Manica si incrocia con la terraferma per qualche scatto suggestivo!

Spiaggia profonda

Nebbia sulla Manica

La seconda sosta e Dinan, un borgo arroccato sul fiume Rance che pare sia uno dei più belli di tutta la Francia con le strade a ciottoli e le case a graticcio conserva tutto il suo fascino medioevale.

Dinan

Dinan

GIORNO 10: La sera prima arriviamo a St. Malo, paese di corsari, ma prima di visitarlo ci dedichiamo ad una delle mete turistiche più conosciute della Bretagna e Normandia: Mont Saint Michel ed il fascino della marea che lo avvolge.

Mont St Michel

A Mont Saint Michel sembra di essere tornati nel medioevo, un borgo perfettamente conservato.
La prossima tappa, che conclude i 156 Km del giorno, è Cancale il paese delle ostriche con la sua incantevole baia incastonata nella cornice della Costa di Smeraldo francese.

Cancale
Le ostriche sono coltivate nel vero senso della parola, con tanto di trattori e macchine che operano con la bassa marea.

Cancale
Cancale

GIORNO 11: Dopo aver visitato Mont Saint Michel rimaniamo sempre in zona per un giretto di soli 100 Km alla volta di Saint Malo e Dinard.

Saint Malo è una città fortezza che sprigiona la sua vocazione marinara degli antichi corsari di vocazione piratesca. Assolutamente da fare un giro a piedi dentro le mura vecchie.

St Malo - mura

St Malo - porte di accesso

Dinard è il paese di fronte a Saint Malo, dall'altra parte della baia, è un po più turistico ma vale la pena di un giretto.

GIORNO 12: 350 Km: andiamo in Normandia.

Da St Malo ci dirigiamo verso le spiagge dello sbarco ed oggi visitiamo Utah Beach dove è sbarcata la quarta divisione di fanteria dell'esercito USA nella seconda guerra mondiale.


La costa di questa spiaggia è quasi disabitata e viene davvero naturale immaginare quanti uomini sono morti qui il 6 giugno del 1944.

Utah Beach

La sera ci dirigiamo verso la nostra ultima tappa nel nord della Francia, un paesino di pescatori molto tranquillo: Port en Bessin paesino incastonato tra due scogliere e con un bel porto dedito alle capesante e l'erba di un verde acceso che lo sovrasta.



GIORNO 13: Omaha Beach ed il cimitero americano sono una tappa imperdibile per chi viene in Normandia. Anche su questa spiaggia, forse un briciolo più affollata e conosciuta, viene la pelle d'oca a pensare a cosa è successo nei giorni dello sbarco.


Omaha Beach - Monumento in mare

Anche il Cimitero Americano con tutte le croci bianche in fila affacciate sul mare è molto toccante.

Cimitero USA in Normandia

La seconda tappa è Arromanches, un paese sulla manica dove sono ancora ben visibili nella baia i relitti dello sbarco che sono serviti a creare un pontile galleggiante per favorire lo sbarco dei carri armati.

Arromanche - Wikipedia

Arromache - relitti in mare

GIORNO 14: 560 Km Bayeux-Moulins ed inizia il ritorno a casa con dei bellissimi ricordi e l'intenzione di tornare ancora.



GIORNO 15: 580 Km e siamo arrivati a casa!!!






Luca Delfino


lunedì 6 luglio 2015

Il ricordo del tempo che fu

Ho letto il post dell'anniversario di Ritorno al Futuro e sono qui ... per un ritorno al passato.

Negli ultimi anni la corrispondenza ha subito una trasformazione, ve ne siete accorti? Siamo passati dalle lettere e dalle cartoline illustrate a veri e propri reportage della nostra vita, delle nostre vacanze e di tutto quello che ci capita o vediamo intorno a noi.

Anche in ufficio la comunicazione non è più la stessa. Tanti anni fa, quando ho incominciato il mio (purtroppo lungo e non ancora terminato) percorso lavorativo quando dovevi dire qualcosa a qualcuno che non stava nel tuo ufficio o nel tuo piano/palazzo avevi solo 2 scelte:
gli telefonavi ... e lui/lei doveva essere alla sua scrivania altrimenti "richiami più tardi/un altro giorno/la prossima settimana" (com'era bello quando qualcuno ti rispondeva comunque sempre al telefono!) gli scrivevi ... e qui iniziava la storia.
Si, lettori, iniziava la storia. Questa storia.



Forse ... sono partita un po' troppo lontano. vediamo di rimediare:


Meglio!

Non molto tempo fa, siamo agli inizi degli anni '80 del secolo scorso, il XX, nella mia azienda esisteva il modulo di corrispondenza interna: 3 copie con tanto di carta carbone inserita - vi ricordate cos'era la carta carbone? - 20 righe a tua disposizione per scrivere il testo e 20 righe per la risposta del tuo interlocutore (per questo c'erano 3 copie: una la tenevi tu al primo invio e l'ultima ti ritornava con la risposta del destinatario!).

Un'unico destinatario, mi raccomando. Non come adesso che, volendo, puoi selezionare tutti, ma proprio tutti i componenti della rubrica e con un solo click scrivi al mondo intero, Amministratore Delegato compreso.

Poi la "lettera" iniziava sempre con un Egregio, Spettabile, Pregiatissimo - adesso siamo passati al "Cari".
Nessuno si sognava di dare del "tu" all'interlocutore se non erano almeno passati anni di frequentazione giornaliera, e il tutto si concludeva con la formula di rito: "Restando in attesa di un cortese riscontro, cordialmente La saluto." Guardate bene la maiuscola: non si poteva sbagliare.  

Il tutto affidato al servizio di posta interno che nell'arco delle sole 8 successive ore lavorative provvedeva al ritiro, smistamento e consegna. 

Adesso siamo arrivati a quelle che la nonna, un tempo, avrebbe definito diavolerie moderne: mail e messaggistica istantanea
Dalla mia posta
che in un qualche modo dettano il ritmo della giornata non lasciandoci più il tempo della riflessione e soprattutto della scelta delle parole. 

La nostra voglia di dire, dire, dire la srotoliamo sulla tastiera senza limiti di spazio. E diventiamo tutti un po' scrittori dimenticando di rileggere e affidandoci ai correttori automatici.

esempio di scrittore famoso


Potremmo scrivere una storia simile anche prendendo come spunto il telefono

quando avevo 5 anni era il telefono della nonna


quello che uso tutti i giorni in ufficio

scegliete il vostro modello!

o una qualsiasi altra cosa: e voi cosa proponete?


Caterina Alesina

Corri Simone, corri!



14 giugno 2015, non ci posso credere, un altro stop
Cosa mi sta succedendo... sembra che non riesca più a fare nulla senza farmi male.
Mi chiamo Simone Guglietti, statistico per studi, assicuratore per professione, runner per vocazione.
Negli ultimi 5 anni ho affrontato innumerevoli gare su distanze brevi (dagli 8 ai 15 km), parecchie distanze medie (fino ai 30 km) e poche, ma indimenticabili gare lunghe, di cui le 8 maratone, sia su strada che in montagna, sono state senza dubbio le più belle e significative.
Il 2015 doveva essere l'anno della rottura del muro delle 3 ore sui 42 km. L'appuntamento era fissato per il primo maggio Maratona del Riso a Santhià e tutto sembrava procedere a gonfie vele verso tale scenario, almeno... almeno fino a una settimana prima della gara.
Poi è cominciato a girare tutto male. Una tallonite al piede sinistro non curata mi ha costretto a dare forfait. Ero arrabbiato, tanto, ma non potevo piangermi addosso, anche perchè tra meno di due mesi sarebbe arrivato l'altro obiettivo stagionale:
Non si tratta di una semplice gara. E' la regina delle gare a tappe di corsa in montagna e si svolgerà tra il 28 giugno e il 3 luglio lungo i principali centri della valle, su e giù per le montagne più belle del mondo.


Volevo arrivarci "tirato" per vedere quanto potevo valere confrontandomi con chi la montagna la corre da sempre.
Dopo due settimane di stop, ricomincio a correre nonostante il dolore non ancora sparito. Pian piano il male diminuisce e comincio a sentire buone sensazioni fino al 30 di maggio quando metto il piede in una buca e il piede sinistro, ancora lui, si gira e altri e 10 giorni di stop.
Ricomincio a correre, ancora più timoroso, sicuro che ormai la mia sarà solo una comparsata, ma di sabato, sempre di sabato, nella notte tra il 13 e il 14 giugno riesco a farmi male in bagno, nel modo più subdolo, sbattendo il mignolo del piede destro (perlomeno ho cambiato piede) su uno spigolo e procurandomi l'ennesimo stop.
A questo punto il mio obiettivo è diventato riuscire a correrla la gara, godendomi tutte e 5 le tappe e la vacanza che in quei giorni vivrò insieme alla mia famiglia e scrivendo sul blog il diario di queste giornate non sapendo ancora quello che succederà.

26 giugno 2015, domani si parte
Alla fine siamo arrivati. Solo 450 km e, più o meno, 5 ore di macchina e finalmente si comincierà.
Le sensazioni pre-gara purtroppo non sono quelle che avrei voluto 2 mesi fa, ma sicuramente migliori rispetto ai 15 giorni passati.
La caviglia non è mai guarita del tutto e il pensiero di doverci "correre sopra" per 5 giorni in montagna mi spaventa molto, specie per via dei tratti in discesa sui quali le caviglie saranno molto sollecitate.
Speriamo che, come spesso mi è successo in passato, con la pistola dello start volino via i dolori e i cattivi pensieri.

28 giugno 2015 - torno a vivere 

Sembrerà un po’ azzardato come titolo ma per me la corsa è più che un hobby. Alcuni la definirebbero una droga, altri lo stupida fissazione di un esaltato. Forse entrambe le cose per chi vede la cosa da una prospettiva diversa da quella del runner. La corsa io la definirei come quella cosa che mi fa vivere in maniera più vera tutto il mio mondo, l’aria, la terra, il mio stesso sangue, le ossa e i polmoni e tutti quelli che sono i sentimenti che ad essa sono collegati.
Per questo motivo sotto l'arco di partenza questa mattina avevo un unico pensiero: riuscirò ad arrivare senza problemi?
La tattica era solo una, vai piano e stai attento. D’altronde due mesi senza allenamento con tre infortuni non lasciavano alternative.
La partenza è stata mozzafiato dopo una breve discesa di 200 metri incomincia la Salita, quella con la ESSE maiuscola. Da 1.700 a 2.300 metri in meno di tre km passando di fianco a laghetti alpini e con la vetta del Catinaccio di fronte. Piano, molto piano, rispetto a come ero abituato, ma senza avvertire i classici dolori. Ma se la salita vuol dire fatica la discesa vuol dire pericolo soprattutto per chi ha una caviglia “in disordine”. Anche qui l’abbrivio è stato prudente. Poi i cattivi pensieri hanno cominciato a lasciar spazio alle buone sensazioni e ho finalmente cominciato a correre veramente sempre più libero e sempre più veloce.
Gli ultimi 2 km, l’ultima salita, il passaggio sul ponte, lo sprint finale sono le belle diapositive di questa giornata che mi fanno sperare che le prossime quattro possano davvero rappresentare la mia rinascita sportiva.



29 giugno 2015 – acido lattico 

La giornata oggi è iniziata sulla scia delle buone sensazioni di ieri. Il dislivello della tappa è di “soli” 474 metri per una lunghezza totale di circa 13 km. A tutto mi ero preparato nelle settimane precedenti ma non avevo pensato al più classico dei problemi per un corridore. La gamba dura.
Il percorso è bellissimo si snoda nei boschi tra Soraga e Moena e, proprio in questa località, si sale, si scende e poi si risale sui pendii dell’Alpe di Lusia e sull’omonima pista da sci. Appena iniziata la discesa tra le due salite ho capito che il finale di gara e, soprattutto, il dopo gara sarebbe stato duro a causa delle salite di oggi ma soprattutto di quelle di ieri.
Le gambe, al momento, stando steso sul letto, sono dure e sono riuscito, a malapena, a salire e scendere i gradini per tornare in albergo.
L’unica cosa che mi consola è che tutti quelli con cui ho parlato sono nelle mie stesse condizioni.
Che rimane da dire: sotto con la terza.


30 giugno – Dolomiti mon amour 

La terza tappa è sulla carta la più semplice delle cinque in programma.
Poco più di 11 km con partenza e arrivo a Fontanazzo in uno scorcio naturale di bellezza incomparabile col Pordoi che ci guarda dall’alto, un ampio prato dove stendersi a riposare dopo la fatica, il torrente Avisio con le sue acque cristalline dove andare a immergere le gambe congestionate dalla fatica e con un sole e una temperatura ideali per corsa e dopocorsa.
La partenza, come al solito, è figlia delle sensazioni provate il giorno prima. Le gambe sembrano due ciocchi di legna e dubito di poter correre come vorrei. Un po’ di riscaldamento, qualche movimento di allungamento ben fatto, però, mi fanno essere un pizzico ottimista.
La partenza è veloce. Come al solito con mia moglie si parte dal fondo del gruppo. Un saluto e via.
Il terreno pianeggiante dei primi km mi è congeniale con questo stato di forma e riesco a superare un bel po’ di atleti. La gamba gira e anche molto bene.
Comincia la salita. A differenza delle prime due tappe riesco a correre praticamente sempre e copro il dislivello recuperando ancora molte posizioni.
A 4 km dal traguardo la salita finisce e inizia una discesa molto scoscesa lungo cui la paura di farmi male a sinistra è più forte delle buone sensazioni. Almeno in venti mi passano in soli 2 km.
Per fortuna, quando il pendio spiana, l’arrivo dista ancora 3 km da correre su un bel falso piano in mezzo ai boschi lungo i quali riesco a ripartire e superare quelli che mi avevano sorpassato.
Chiudo bene, in spinta, con la sensazione che dopo il giorno di riposo potrò fare ancora meglio.


2 luglio – in attesa del gran finale 

La tappa di oggi viene dopo un giorno di riposo nel quale tutti abbiamo cercato di recuperare un po’ delle forze perse lungo i pendii delle dolomiti.
Rispetto a quanto perso nelle prime tre tappe, però, spaventa di più la tappa di domani, denominata Trofeo Ciampedie, lungo la quale tutti cercheremo di buttare a terra quello che ci rimane per domare gli oltre 600 metri di dislivello concentrati in solo 3 km da spavento.
Per tale motivo affronto la frazione odierna con le marce basse cercando di gestire il muscolo al meglio senza esagerare.
La tappa parte con un discesone misto asfalto/strada forestale che porta da Alba a Canazei. Qui inizia una salita corribile quasi per intero che in 4 km ci porta a superare i 400 metri di dislivello positivo passando in mezzo a boschi suggestivi, salendo su tratti con scalini naturali costruiti dalle radici degli alberi e attraversando la pista da sci Ciampac.
Da questo punto inizia un tratto di 2,5 km da fare in ambo i versi, che ci permette di vedere finalmente i primi all’opera nel duello per le posizioni di testa, ma anche gli ultimi che, con la loro passione, rappresentano la vera anima del nostro sport.
La ripidissima discesa di 2 km ci riporta sul traguardo di Alba.
Bellissima tappa ma il pensiero di dover conservare le forze per il giorno successivo non mi ha permesso di esprimermi al meglio.


3 luglio – LA VERITÀ È... CHE NON SI PUÒ STARE SENZA!

Eccolo qua il tappone dolomitico. Il trofeo Ciampedie è la ciliegina sulla torta della manifestazione.
Si parte dalla base della funivia Ciampedie a Vigo di Fassa e si arriva all’arrivo della stessa oltre 600 metri più in alto.
Dalla partenza, dopo 3 km su un falso piano molto tecnico, si arriva alla base dell’ultima e più dura salita di tutto il giro della Val di Fassa.
Per 3 km di correre non se ne parla neanche, se non per tratti di poche decine di metri. Il caldo e il sudore fanno il resto per rendere la tappa ancora più dura. Nonostante tutto, le sensazioni non sono cattive e, malgrado la gestione prudente della prima parte della frazione, ben presto raggiungo e supero i miei abituali compagni di viaggio.
Dal sesto km in avanti, ricominciando a correre in maniera continua, la situazione migliora ancora e riesco a superare avversari che fino ad oggi non avevo visto neanche alla partenza.
L’ultimo km, la musica degli altoparlanti, gli ultimi due strappetti, l’arrivo, la consegna della medaglia, l’abbraccio con i bambini, lo scambio di battute con gli altri atleti, l’attesa e l’arrivo di mia moglie, il tutto sotto la presenza del monte Catinaccio, che oggi sembra poter essere toccato allungando la mano, sono pura festa, che già mi manca, e alla quale sono sicuro che l’anno prossimo non saprò rinunciare.




La mia Val di Fassa Running - il video


La mia Val di Fassa Running - la classifica

Simone Guglietti

Satchmo (La mia vita a New Orleans)

Premessa n. 1 : non è la recensione di un libro, ma un semplice invito alla lettura dell'autobiografia di Louis Armstrong, dei primi venti anni della sua vita a New Orleans.


Premessa n. 2, ovvero "della mia educazione musicale" :


i miei primi ricordi musicali risalgono ai primi anni '60 (ora si direbbe ai "mitici anni '60"), quando bambino ascoltavo la radio o i dischi in vinile a 45 o a 33 giri (il giradischi di casa aveva un commutatore per ascoltare anche i dischi a 78 e a 16 giri, questi ultimi non credo di averne mai visti o ascoltati). Si trattava, per lo più, di musica "leggera" italiana del momento : Celentano, Villa, Pavone, Mina, Milva, Michele, Rossano, Nico Fidenco, Modugno, Sergio Bruni, ecc.


Nell'estate del '68 cambiai casa e nella nuova, mia mamma fece installare dalla SIP (l'antenata di Telecom)la "filodiffusione", eccellente mezzo che consentiva di ascoltare 24 ore su 24 musica di ogni genere.


La mia educazione musicale intanto si affinava con l'ascolto di Paoli, Tenco, De André, Battisti, i primi gruppi "pop" : i Giganti, i Camaleonti, Equipe 84, i Formula Tre. Tra gli "stranieri", imperversavano, alla fine dei mitici '60, Antoine, Mal e i Primitives, i Vanilla Fudge,Aphrodite's Child,ma, soprattutto i "fab four" cioé i Beatles.



Locandina Woodstock


Il mio "balzo in avanti", musicalmente parlando, avvenne nel settembre del 1970, quando preadolescente vidi al cinema Lux il film "Woodstock" (tre giorni di pace, amore e musica), mitica kermesse musicale che riunì migliaia di giovani nell'agosto del 1969 (un mese dopo i primi uomini sulla Luna !)in U.S.A. al cospetto di musicisti blues e rock tra cui Crosby, Still, Nash e Young, Joe Cocker (With little help from my friend nella sua interpretazione è anche meglio dell'originale dei Beatles !), Santana (con il giovanissimo batterista che era un "gigante" in Soul Sacrifice),Joan Baez, Janet Joplin e, sopra tutti, Jimi Hendrix. Fu un "colpo", solo poche settimane dopo aver visto ed ascoltato Jimi, venire a conoscenza da un piccolo trafiletto su "la Stampa" che era prematuramente morto a Londra a soli 28 anni : era uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi (per anni la suoneria del mio telefono mobile è stata "Hey Joe...").


Da adolescente, siamo nella prima metà degli anni '70, i miei gusti musicali si sono orientati simultaneamente verso il progressive rock britannico (soprattutto, King Crimson e Pink Floyd), i cantautori nazionali (De André e Guccini), il Jazz (dalle origini alla fusion).


Ora, da anziano, appena posso, soprattutto in auto, ascolto musica, soprattutto jazz, specie il "cool jazz" (Miles Davis, John Lewis, Dave Brubacke, John Coltrane, Clifford Brown, Chet Baker).



Satchmo (la mia vita a New Orleans).



Ho letto questo libro a 15 anni e il mio ricordo è che più che una "classica" autobiografia fosse un "romanzo" avvincente, emozionante, "bellissimo".



Armstrong, il cui nome è spesso associato al jazz stesso, nacque a New Orleans, città-porto fluviale dell'immenso Mississippi, il 4/7/1900, così almeno diceva lui (altre, più recenti fonti, invece, indicano il 4/8/1901, ma poco importa...).




Il 4 luglio è per gli americani un giorno molto importante e, anche se non fosse vero, Louis Armstrong nacque in uno dei giorni più importanti per gli americani e importante lo divenne, grazie alla musica, per tutto il mondo!


Storylville inizio XX secolo

Crebbe in uno dei quartieri più malfamati della città, Storylville, tra prostitute, giocatori d'azzardo, musica, tanta musica : all'epoca le "band" musicali gareggiavano tra un marciapiede e l'altro della città o dentro locali, in cui ballerine-prostitute danzavano sopra i tavoli, e lì nacque il jazz, anzi, New Orleans fu la prima "capitale" del jazz, soppiantata nella prima parte degli anni '20 da Chicago, allorché i migliori jazz-men di New Orleans "migrarono" a Nord, nella grande città affiacciata sul lago Michigan.



Armstrong a circa 25 anni


Louis Armstrong, noto come Satchmo, partì dal gradino sociale più basso, mangiava i "resti" che i "bianchi" lasciavano a sua nonna (domestica)e tutte le settimane, per sopravvivere alle possibili infezioni intestinali, lui e la sorella, si sorbivano dei purganti potentissimi. La vita di Satchmo avrebbe potuto virare nell'anonimato sottoproletario ed, invece, a tredici anni, fu arrestato con altri "monelli" mentre sparava (ma era la notte di Capodanno)con una pistola rubata e rinchiuso in carcere minorile. Dopo la disperazione dei primi giorni, l'assenza dell'amore della nonna, della mamma e della sorella, tra le angherie dei più grandi e dei carcerieri, lì imparò a suonare la "cornetta" e, più tardi, divenne uno dei più affermati trombettisti e cantanti di jazz.


Nel 1922 fu ingaggiato da Joe Oliver, che a Chicago venne soprannominato Joe "King" Oliver, anche lui di New Orleans, e Satchmo si trasferì a Chicago, ormai lanciato in una fulgida carriera musicale, ma il suo cuore restò sempre tra le bettole, la sporcizia e la promiscuità gioiosa e chiassosa del suo quartiere di New Orleans.




Satchmo al muretto di Alassio



Buona lettura (e vale anche a chi di jazz non sa nulla). (per chi fosse interessato : attualmente il libro è edito da "minimum fax" ; io lessi Satchmo nell'edizione di Garzanti, nel lontano 1972). 

Roberto Curatolo



3 sentieri in Piemonte tra storia e natura

Cosa fare il venerdì sera? 

Trovarsi a casa di amici intorno a un tavolo e decidere insieme quale sentiero intraprendere il giorno dopo.

A tale scopo ritengo siano molto utili le carte dell’Istituto Geografico Centrale, che ho collezionato nel corso degli anni. Sono carte edite dall’Istituto Geografico Centrale in scala 1:50.000 oppure 1:25.000 e si riferiscono all’Arco Alpino Occidentale, coprendo le regioni del Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria. 


Inoltre l’IGC pubblica anche guide di montagna sempre riferite alla stesse zone territoriali, che forniscono un valido supporto alle carte, aggiungendo dettagli e descrizioni dei tempi di percorrenza e del percorso, qualche nota storica e curiosità laddove richiesto. 

               
                      
Ovviamente tali carte non sono soltanto utili nel momento in cui si deve decidere l’escursione da fare per immaginare sentieri e calcolare distanze e dislivelli, ma sono fondamentali durante l’escursione per non perdersi.
La scelta è sempre difficile, ma grazie a spunti presi qua e là: internet e racconti di amici appassionati di montagna, si riesce sempre a fare la scelta giusta. La scelta è guidata, oltre che dai gusti personali, anche dal tempo atmosferico (immancabile l’occhiatina a Nimbus), dal tempo a disposizione e dalla forma fisica. 

Di tutte le gite fatte, voglio raccontarne 3 che mi hanno colpito particolarmente: l’ascesa al monte Chaberton con la Batteria eretta in cima, il traforo di Romean e il Buco di Viso, compreso nel giro del Monviso. Questi bei trekking hanno in comune un pizzico di avventura in più, pur trattandosi di semplice escursionismo, e tanta storia. Per cui oltre ai soliti scarponi non dimenticate qualche attrezzatura in più, come la lampada frontale, gli stivali di gomma, i guanti di lana… 


MONTE CHABERTON 

Località di partenza: Claviere (q. 1790 m) – val di Susa 
Arrivo: Monte Chaberton - 3131 m 
Dislivello: 1341 m 
Cartografia: IGC n° 1:50000 n.1 Val di Susa Val Chisone 
Difficoltà: E (Escursionismo) 
Tempi: h 3/3,30
Quando: Luglio 2006 


 

Il monte Chaberton si trova sul confine tra Francia e Italia, la vetta è orograficamente in territorio italiano, ma politicamente appartenente alla Francia (il passaggio avvenne dopo la Seconda Guerra Mondiale). Il forte ha una storia un po’ infelice, eretto per essere una fortificazione inespugnabile, beneficiando della posizione strategica della vetta, venne quasi interamente distrutto al primo giorno di bombardamenti. Fu costruito tra il 1898 e il 1910 con 8 torrette rotanti armate di cannoni. Le torrette visibili anche da valle rendono inconfondibile la vetta dello Chaberton. 

Vetta dello Chaberton
Batteria dello Chaberton

Inutilizzato e disarmato durante la Prima Guerra Mondiale, nel 1940, con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, il Forte venne utilizzato per bombardare presidi militari francesi. Tuttavia al primo bombardamento da parte dei francesi 6 delle 8 torrette vennero distrutte. 

La mia gita, in compagnia di mio padre e un amico, parte da Claviere. Era luglio 2006. Dopo una lunga e faticosa salita si arriva al colle dello Chaberton 2671 m, dove il sentiero si unisce alla strada militare che parte da Fenils (frazione di Cesana Torinese) e arriva fino alla vetta del monte. Il sentiero si fa più dolce e largo, tuttavia risulta comunque faticoso a causa dell'altitudine: ci si avvicina ai 3000 m di quota. Alcune persone potrebbero avvertire mal di testa e nausea. 



In cima allo Chaberton

Una volta raggiunta la cima (3131 m) la tentazione di esplorare le torrette è stata forte. La visita non è però raccomandabile perché torri e gallerie sono pericolanti e perché all’interno è presente ghiaccio e acqua. Per cui se non si è persone esperte e attrezzate (torce, caschetto, ramponi, abbigliamento caldo e impermeabile) non è consigliabile avventurarsi all’interno. Io mi sono limitata a scendere dentro la torretta meno diroccata mediante una scaletta di ferro e mi sono affacciata alla galleria sotterranea, che era impraticabile senza ramponi per la presenza di una continua lastra di ghiaccio. 

Ecco alcune viste dell'interno del Forte:










PERTUS DI ROMEAN 

Località di partenza: frazione Ramats (Comune di Chiomonte) 1030 m 
Arrivo: cima dei Quattro Denti di Chiomonte 2106 m 
Dislivello:1076 m 
Tempi di salita: h 2,30 
Cartografia: IGC n° 1:50000 n.1 Val di Susa Val Chisone 
Difficoltà: E (Escursionismo) 
Quando: Ottobre 2007 

Passeggiata interessante sia da un punto di vista storico che naturalistico. 
Intrapreso il sentiero che parte da Ramats, si raggiunge la quota di 2019 m, dove si trova il tunnel di Romean: una galleria scavata in 7 anni dal 1526 al 1533 da Colombano Romean. 

Ingresso al Pertus

All'interno e all'uscita del Pertus

È lunga 433 m ed ha le dimensioni giuste per far passare un uomo in piedi (alta 2 m e larga 0,80 m). Fu costruita per portare l’acqua dalla Val Clarea alla Val di Susa, alle frazioni di Cels e Ramats. Colombano Romean era uno scalpellino nato a Ramats che viveva in Francia. Impiegò 7 anni per lo scavo della galleria, avanzando 20 cm ogni giorno. Percorrendo il tunnel sono riconoscibili i segni del suo scalpello nella roccia, si incontrano inoltre nicchie dove venivano appoggiate le lanterne e visi e croci scolpiti nella roccia. Consiglio di percorrere il tunnel tra agosto e ottobre quando la portata dell’acqua è bassa. Portare assolutamente torcia o meglio lampada frontale e abbigliamento adatto a fango e acqua (eventuali stivali di gomma e impermeabile). 

Bello anche il panorama in vetta con le tipiche formazioni rocciose a forma di guglia. 

Segnavia

Guglie di Pietra sulla cima dei Quattro Denti

GIRO E BUCO DEL VISO 

Località di partenzaPian del Re - 2020 m 
Arrivo: Pian del Re - 2020 m 
Dislivello: circa 2400 in salita 
Tempi di salita: 2 giorni (7 h di camminata al giorno circa con pernottamento al Rifugio Vallanta) 
Cartografia: IGC n° 1:50000 n.1 Monviso 
Difficoltà: E (Escursionismo) 
Quando: Agosto 2010 

Il Monviso, detto anche Re di Pietra, con la sua tipica forma a triangolo (visto dal lato italiano) è montagna per eccellenza, come potrebbe disegnarla un bambino. Invece visto dal lato francese è quasi irriconoscibile ed è caratterizzato da un “dado di pietra” incastonato sotto la vetta. Risulta pertanto molto affascinante la gita per ammirare da tutti i lati questo gigante di pietra. 

Monviso, lato italiano

Monviso, visto di fianco

Monviso, lato francese


La gita è molto bella, facile, anche se impegnativa per la lunghezza. Sicuramente distribuita su 3 giorni risulta molto meno faticosa. 

Un altro aspetto divertente del sentiero è il “buco del Viso”: una galleria lunga 75 metri che collega la Francia all’Italia. Si trova a quota 2882 sotto la vetta del monte Granero e  permette di evitare il più impervio colle delle Traversette a quota 2950 m. 





È il primo traforo alpino della storia, realizzato nel 1480 per agevolare i traffici commerciali tra Italia e Francia. Fu realizzato con tecnica diversa rispetto al traforo di Romean: venivano impiegati 2 o 3 uomini che davano fuoco alla roccia e successivamente la inondavano con acqua e aceto bollente, a questo punto la roccia diventava friabile e veniva colpita da martelli e picconi. 

Buco del viso - sezione e descrizione

All’interno del tunnel consiglio di portare la lampada frontale e vestirsi adeguatamente (indossare guanti), nella galleria fa molto freddo e verso l’uscita sul lato francese abbiamo trovato ghiaccio su cui ci siamo un po’ arrampicati per uscire fuori.

Noi prima di entrare

All'interno

Buona escursione a tutti!

Stefania Lazzarin